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Newsletter nr 4 – Maggio 2017

A filo di Welfare

Approfondimenti, soluzioni e novità sul welfare aziendale in Ticino

A filo di Welfare è l’appuntamento mensile per condividere conoscenza, stimolare dibattito e promuovere il benessere organizzativo come cultura aziendale. Ogni mese proponiamo spunti per approfondire contenuti, vantaggi e modalità di applicazione delle diverse soluzioni di welfare aziendale partendo dalle best practices del nostro territorio. Non mancano segnalazioni di eventi, studi di settore e approfondimenti delle normative di riferimento.

A Filo di Welfare è un’iniziativa di COOPAR e si inserisce nel progetto di studio sul welfare aziendale nelle imprese della Svizzera italiana, sostenuto dalla Fondazione per lo studio del lavoro femminile.

Buona lettura!

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La conciliazione: un bisogno incalzante Prendi nota!

Da tempo si sente parlare di “conciliazione”: in questa newsletter cercheremo di spiegarne il concetto, la sua genesi e la sua valenza nella società attuale.

La parola “conciliazione” letteralmente significa «chiamare insieme», nel senso di «unire» e «mettere d’accordo». Questo termine si riferisce, quindi, sia a un’azione, quella di mettere insieme, sia all’effetto di tale azione, cioè l’accordo, la pacificazione, l’armonia.
Misure di conciliazione sono tutte quelle facilitazioni che, intenzionalmente o no, sostengono la combinazione di lavoro retribuito e responsabilità di cura, tutte le strategie tese a conciliare domande oppositive di tempo, al fine di rendere meno problematico il conflitto sul tempo nella vita quotidiana.

Il 13 settembre 2016, la Commissione Europea ha sancito che: “ La conciliazione tra vita professionale privata e familiare deve essere garantita quale diritto fondamentale di tutti, nello spirito della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, con misure che siano disponibili a ogni individuo, non solo alle giovani madri, ai padri o a chi fornisce assistenza”.

Tutti gli stati membri dell’Unione Europea devono “promuovere, sia nel settore pubblico che privato, modelli di welfare aziendale che rispettino il diritto all’equilibrio tra vita professionale e vita privata”.

A fronte della costante complessificazione del contesto in cui viviamo e della necessità di armonizzare faticosamente tempi e ruoli, la conciliazione è dunque diventata un obiettivo fondamentale del sistema sociale. Non a caso, anche nel nostro paese dove la conciliabilità è al centro delle politiche di qualificazione del personale, il Parlamento ha recentemente accolto un progetto del Governo che prevede lo stanziamento di quasi 100 mio di franchi per i prossimi cinque anni destinati ad ampliare e adeguare l’offerta dei servizi di custodia (v. articolo ‘Cura dei figli. Un aiuto da 100 milioni’).

Ma quando si inizia a parlare di conciliazione?
Fino agli anni ’70 la società si basava su un modello familiare che vedeva da una parte l’uomo, lavoratore, capofamiglia, responsabile del mantenimento di moglie e figli, dall’altro la donna, dedita la lavoro domestico e, in particolare, alla cura dei figli, dei parenti anziani e non autosufficienti.
Ma dal ’70 in poi la donna entra massicciamente nel mondo del lavoro decretando la fine di questo modello che vedeva contrapposti in modo netto i ruoli maschili e femminili.

Una volta inserita nel mercato del lavoro, la donna si emancipa economicamente, senza tuttavia svestire, se non in parte, i panni di “angelo del focolare”. In altri termini, alla dimensione professionale si somma nella maggior parte dei casi il tradizionale lavoro di cura (cd. lavoro riproduttivo o unpaid work).
In tempi recenti, il doppio, triplo ruolo assunto prevalentemente dalle donne, stimola la necessità di individuare adeguate misure di sostegno che consentano la ridistribuzione delle responsabilità famigliari tra uomini e donne e garantiscano, soprattutto per queste ultime, il superamento di quel aut-aut tra lavoro e famiglia che ne ostacola l’accesso al mercato del lavoro e la permanenza dopo la maternità.
Tutto ciò, tenendo conto del fatto che sempre più frequentemente, un solo reddito da lavoro non basta più a coprire i bisogni di una famiglia. L’esercizio di un’attività professionale da parte di entrambi i genitori diventa spesso una necessità finanziaria.
E’ dunque a partire dagli anni Novanta che il tema della conciliazione tra famiglia e lavoro inizia a essere assunto come problema di politica sociale. Ciò avviene innanzitutto, a livello europeo, ma poi anche a livello di singoli Paesi, nella misura in cui è recepito come problema nei piani nazionali di occupazione e di inclusione sociale.

LA CONCILIAZIONE NON DEVE ESSERE UNA PREROGATIVA FEMMINILE

Se la nascita di un dibattito sulla conciliazione nasce negli anni ’70 a seguito dell’ingresso nel mondo del lavoro delle donne, fenomeno che rompe un modello familiare secolare, è fondamentale evitare una “femminizzazione” della questione. Conciliare attività professionale e vita familiare è una sfida che deve coinvolgere infatti l’intera famiglia.

Sebbene, rispetto al passato, sia cresciuto il numero delle donne, e in particolare delle madri, che svolgono un’attività remunerata, è necessario precisare che la maggior parte lavora a tempo parziale e con gradi di occupazione inferiori al 50%, soprattutto se ha bambini in giovane età. Gli uomini invece, e specialmente i padri, lavorano perlopiù a tempo pieno. Spetta quindi alle donne organizzarsi per conciliare l’attività professionale e la vita di famiglia. Si badi tuttavia che agire in un’ottica puramente femminile significa strutturare politiche di conciliazione connesse a basse prospettive di carriera per le donne che ne usufruiscono. Con il rischio concreto di produrre effetti controproducenti, di non consentire un’effettiva equità di genere e di non far comprendere la portata reale del problema.
La conciliazione va pertanto progettata e proposta come progetto familiare, in cui uomini e donne siano parimenti coinvolti e responsabili.

Ne consegue che la stessa organizzazione del lavoro debba essere necessariamente ripensata per tener conto di una società in rapida evoluzione con bisogni sempre più eterogenei e pressanti che il welfare pubblico non riesce a soddisfare.
Una risposta a queste necessità è stata quella di rendere sempre più “atipico” e differenziato il modello di lavoro, i suoi tempi e la sua organizzazione, in un’ottica di flessibilità al fine di tutelare la relazione tra sfera privata e familiare. Ma attenzione all’insidia: il concetto di “flessibilità” rischia purtroppo di tradursi in “precarietà”, ovvero mancanza di garanzie, di tutela e di sicurezza.

E’ necessario quindi e fondamentale che nell’affrontare questi nuovi scenari e nel delineare nuovi modelli lavorativi, ci sia una forte consapevolezza e un’altrettanto forte determinazione da parte di tutti gli attori in gioco (imprese, lavoratori-lavoratrici e istituzioni), a contrastare qualsiasi politica pregiudiziale, che sia di genere o di riduzione delle tutele.


Bisogni e necessità delle famiglie ticinesi con almeno un bambino fra 0 e 4 anni.

Lo studio, commissionato dal Cantone ticiha permesso di dare voce alle famiglie residenti in Canton Ticino che hanno almeno un bambino 0-4 anni. Complessivamente sono state coinvolte oltre 10’000 economie domestiche (ED), per un totale di oltre 38’000 persone delle quali circa 12’000 bambini. Lo studio descrive da una parte i comportamenti delle famiglie sotto diversi aspetti e dall’altra ne evidenzia i bisogni e le necessità in funzione dei loro comportamenti. Rapporto di analisi generale

Cura dei figli
Un aiuto da 100 milioni

I genitori che lavorano devono spendere meno per la custodia dei figli da parte di terzi. Seguendo il Consiglio degli Stati, il Nazionale ha accolto ieri un progetto del Governo che prevede lo … Trovi l’articolo completo qui

Personale Qualificato Svizzera

Segnaliamo il sito Personale Qualificato Svizzera
Vi potete trovare informazioni e buone prassi in materia di conciliazione famiglia/lavoro.



Articolo
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Conciliare? Si può.
Diario di una famiglia della Leventina.
Famiglia Leventina

Rossura, una manciata di case che punteggiano un pianoro verdeggiante, placidamente disteso tra il cielo e Faido. Pochi abitanti, soprattutto durante la stagione invernale. Wikipedia riferisce un totale di 63.
Qui hanno messo radici Nicola e Barbara insieme ai loro bimbi, Dimitri e Giuditta.
Nicola, classe ‘71, è ingegnere civile di formazione e lavora presso uno studio a Faido. Barbara, di qualche anno più giovane, lavora a Bellinzona presso l’Ente del Turismo. La nascita dei figli ha segnato una svolta nella vita della famiglia Cappelletti, ridefinendo la geometria non solo delle relazioni in seno alla coppia, ma anche di quelle relative all’ambito professionale. E nella ridefinizione delle geometrie relazionali e dei ruoli, è cambiata anche l’organizzazione dei tempi del lavoro e della famiglia, così come la distribuzione delle responsabilità.

Come ci racconta Barbara ‘prima della nascita di Dimitri che oggi ha 8 anni e frequenta la prima elementare a Faido, lavoravo al 50% presso l’Ente del Turismo di Bellinzona. L’arrivo di Dimitri mi ha convinto a dedicarmi interamente a lui e a lasciare il lavoro. Dopo un anno circa, ho tuttavia ricevuto un’interessante proposta di lavoro che, dopo lunghe riflessioni, ho deciso di accettare anche perché nel frattempo Nicola aveva ottenuto la possibilità di ridurre la sua percentuale lavorativa favorendo in questo modo il mio reinserimento professionale. Sono così ritornata all’Ente del Turismo con una percentuale d’impiego inferiore (40%) rispetto alla precedente. Lavorare due giorni alla settimana mi permette di coordinare al meglio il tempo per la famiglia con quello di Nicola e di mia mamma che ‘fa’ la nonna il lunedì, visto che il resto della settimana lavora.’

A f.w.: Nicola e Barbara, come siete dunque organizzati oggi, soprattutto dopo la nascita di Giuditta, la vostra secondogenita che oggi ha 5 anni e frequenta l’asilo di Faido?

Barbara: Come già detto, dopo la nascita di Dimitri e il mio reinserimento professionale a tempo parziale, reso possibile dal fatto che Nicola ha a sua volta diminuito all’80% la percentuale di impiego, la nostra settimana famigliare prevede che il lunedì ad occuparsi dei bimbi sia la nonna, il mercoledì è il turno di Nicola, e gli altri giorni lavorativi me ne occupo io. Tengo a precisare che ciò che mi ha convinto a riprendere il lavoro è stato il fatto che Dimitri e ora anche Giuditta potessero stare per un giorno intero da soli con il papà.
Questo ha permesso di creare tra di loro un legame forte e di ritagliarsi un tempo da dedicare a tante attività all’aria aperta. Tutto ciò ha portato ad una migliore e più equa distribuzione delle responsabilità e, indubbiamente, ad una migliore qualità di vita.

A f.w.: Qual’è stata la reazione dei vostri responsabili? E dei colleghi? Che impatto ha avuto sull’organizzazione del lavoro? Ha richiesto particolari modifiche nell’organizzazione e nel coordinamento con i-le colleghi-e?

Nicola: da parte dei miei responsabili c’è stata da subito grande disponibilità, ciò che ha indubbiamente aiutato a trovare un punto d’incontro perfetto, proficuo e armonioso con i responsabili e i colleghi. Anche Barbara ha trovato molta disponibilità e, sebbene lavorare nel turismo richieda a volte flessibilità di orari e giorni extra di lavoro, la buona volontà di tutte le parti e la disponibilità hanno sempre permesso di trovare una soluzione.

A f.w.: La decisione di ridurre la percentuale di lavoro potrebbe precludere un avanzamento di ruolo? Avete ugualmente accesso alle informazioni e a processi decisionali?

Barbara e Nicola: la riduzione dei tempi di impiego non ha influito minimamente sulle responsabilità e sul conferimento dei compiti/progetti.

Nicola: da parte dei miei responsabili c’è stata da subito grande disponibilità, ciò che ha indubbiamente aiutato a trovare un punto d’incontro perfetto, proficuo e armonioso con i responsabili e i colleghi. Anche Barbara ha trovato molta disponibilità e, sebbene lavorare nel turismo richieda a volte flessibilità di orari e giorni extra di lavoro, la buona volontà di tutte le parti e la disponibilità hanno sempre permesso di trovare una soluzione.

A f.w.: Quali impatti ha prodotto sulla famiglia questa decisione? Pensate di ritornare al tempo pieno quando i bambini saranno cresciuti e diminuirà il carico delle responsabilità di custodia?

Barbara e Nicola: Sulla famiglia ha avuto un impatto assolutamente positivo. Le nostre scelte professionali e la riorganizzazione dei tempi di lavoro ci ha consentito di trovare un equilibrio tra dimensione privata e dimensione lavorativa. Ancora più, le nostre responsabilità genitoriali sono equamente suddivise. Lo stesso può dirsi per i lavori di casa che sono ben ripartiti.
Tutto ciò contribuisce a mantenere un clima di serenità anche in ufficio, consentendoci di lavorare senza stress, dettati da sensi di colpa o acrobazie organizzative, e di mantenere un livello soddisfacente di vita professionale e sociale.
Anche per i bambini i riflessi della nostra strategia famigliare casa/lavoro sono positivi: hanno la possibilità infatti di vivere appieno la famiglia e di condividere con ciascuno di noi, (mamma, papà, nonni), un tempo e attività diversificate. Tutto ciò a vantaggio del loro equilibrio e della loro serenità.
Per questo motivo non pensiamo di tornare al tempo pieno. Mano mano che cresceranno, aumenteranno inevitabilmente le attività extra-scolastiche e l’esigenza di accompagnare i bambini non verrà meno. Vivere a Rossura, infatti, dove l’offerta dei servizi, non da ultimo quella dei trasporti, è assente, ci impegnerà ancora di più negli spostamenti a valle.
Ma, soprattutto, non vogliamo rinunciare ad accompagnare i nostri figli più da vicino nel loro cammino di crescita.



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Una leva fiscale per la conciliabilità famiglia-lavoro: sei ragioni per provarci!

Perché il sistema fiscale e dei trasferimenti sociali, attento alla questione della parità tra uomini e donne, dovrebbe valutare con altrettanta attenzione la dimensione della conciliabilità famiglia lavoro? Nel quadro del Programma nazionale di ricerca 60 ‘Uguaglianza tra uomini e donne’, l’Università di Lucerna, passando al setaccio 30 studi scientifici in materia, ha sviluppato 6 argomentazioni di carattere sociale, giuridico e economico a sostegno di questa tesi, gettando un ponte tra scienza e politica e offrendo ai decisori pubblici un valido strumento per orientare gli indirizzi della politica fiscale.

Vediamo di capire meglio.

Gli studi scientifici esaminati mostrano chiaramente che un sistema fiscale e di trasferimenti sociali a sostegno della conciliabilità è necessario perché:

1. Tiene conto dell’evoluzioni della società

Il cammino di definizione dell’identità adulta è soggetto, per le caratteristiche intrinseche e per i mutamenti attraversati dalla società contemporanea, a un processo di complessificazione che investe primariamente, sconvolgendole, le sue dimensioni fondamentali: la famiglia e il lavoro.
Le traiettorie biografiche vengono, infatti, ridefinite da un intreccio di eventi, scelte e aspirazioni, che determinano un cambiamento dell’ampiezza e dei contenuti delle diverse fasi del ciclo di vita individuale e familiare. In un’esistenza che raggiunge età sempre più elevate, il calendario delle transizioni decisive tende a spostarsi in avanti. L’allungamento dei percorsi di scolarizzazione e istruzione concorre a una posticipazione dell’uscita dalla famiglia d’origine e a un conseguente innalzamento dell’età al matrimonio; parimenti, assistiamo a importanti trasformazioni nelle modalità di fare e vivere la famiglia, cambiamenti che, pur in misura e con caratteristiche differenti, interessano ogni classe sociale e area del Paese, e assumono rilevanza maggiore soprattutto per le giovani generazioni. Si assiste, infatti, a una diversificazione dei percorsi costitutivi della famiglia: l’esperienza della convivenza,
prevalentemente vissuta come periodo di prova dell’unione in vista del matrimonio, risulta certamente più frequente rispetto a un recente passato. Mutamenti rilevanti si evidenziano anche nel calendario delle nascite (con una posticipazione dell’evento maternità/paternità) e nei tassi di fecondità: il passaggio dal primo figlio a quelli di ordine successivo risulta sempre più difficile e il figlio unico si configura quindi come il modello familiare prevalente. Determinante e sempre più diffusa è infine la precarietà esperita nei legami familiari, minati da rotture a causa di separazione e divorzio.

2. Offre maggiore libertà di scelta del modello famigliare

La legislazione attuale in materia di imposte e sussidi sociali tende a favorire un modello di organizzazione famigliare basato sul reddito da lavoro dell’uomo (male breadwinner) e sulla disponibilità totale (vale a dire a tempo pieno) da parte della donna a assumere il carico delle responsabilità domestiche e di cura.
In Svizzera, i redditi e la sostanza dei coniugi conviventi vengono addizionati, indipendentemente dal loro regime matrimoniale. Considerato che la tariffa d’imposizione sul reddito è progressiva, questo sistema di tassazione della famiglia puo’ comportare un sensibile aumento del carico fiscale, particolarmente se entrambi i coniugi lavorano. Questo tipo di impostazione è fortemente disincentivante per le famiglie a doppio redditto soprattutto di fascia media e per il lavoro femminile, e lo diviene ancor di più se al regime fiscale si accompagnano costi per i servizi di cura extra-famigliare particolarmente elevati. Naturalmente, esistono diverse misure correttive per alleggerire il carico fiscale delle famiglie allo scopo di eliminare le disuguaglianze. Oltre a concedere degli assegni famigliari, lo Stato viene incontro alle famiglie mediante delle riduzioni dell’imposta comunale e federale. Queste deduzioni variano da un cantone all’altro.
Per quanto riguarda le deduzioni per figli, da un lato, ci sono le deduzioni forfettarie per figlio e dall’altro, una tariffa generalmente piu’ bassa sul reddito imponibile. Le differenze cantonali variano molto da un cantone all’altro. La deduzione per figli puo’ essere concessa per tutti i figli fino ai 18 anni compiuti o anche piu’ a lungo per i figli in formazione.
La maggior parte dei cantoni concede anche delle deduzioni per la custodia dei figli da parte di terzi, per esempio presso un asilo nido o presso famiglie diurne. Questa deduzione è pero’ ammessa soltanto per le coppie coniugate e se entrambi i genitori esercitano un’attività lucrativa. Nel cantone Zurigo questa deduzione ammonta ad un massimo di Frs. 3000 per figlio fino ai 15 anni di età, mentre ad esempio nel canton Berna è soltanto di Frs.1500. Le spese di custodia devono essere giustificate. Questa deduzione non esiste per l’imposta federale.
Infine, se entrambi i genitori esercitano un’attività lucrativa, la Confederazione e i Cantoni (tranne Turgovia) concedono una deduzione fiscale che permette di compensare la forte progressione delle tariffe d’imposizione che tocca le coppie coniugate. Questa deduzione puo’ essere concessa soltanto su uno dei due salari, e precisamente sul piu’ basso dei due.
Per sostenere il lavoro femminile e il reintegro nel mercato del lavoro dopo la maternità, sarebbe opportuno prevedere l’aumento della soglia massima di reddito (nel caso del lavoro biparentale) o la deduzione dal reddito minore dell’economia domestica di un importo non computabile; l’inserimento del rimborso della spesa di collocamento del figlio (RiSC) all’interno del LAPS e aumento dei massimali rimborsabili all’intero costo di collocamento, la detrazione per attività congiunta (dal reddito disponibile residuale) tramite deduzioni speciali per lavoro biparentale (es. deduzioni per spese professionali) (v. Agenda Forum 54).

3. Stabilisce uguaglianza giuridica

Le deduzioni fiscali per i genitori che si occupano in prima persona della cura dei figli senza ricorrere a servizi extra-famigliari sono di per sé anti-costituzionali giacchè contraddicono il principio di uguaglianza e di capacità finanziaria.

4. Produce effetti positivi sull’integrazione dei figli

La presa a carico dei bambini da parte dei servizi di cura extra-famigliari ne favorisce il processo di socializzazione, agendo in modo positivo sul loro sviluppo. Ciò vale ancor più per l’integrazione dei bambini stranieri.

5. E’ vantaggioso per lo Stato

Le condizioni quadro che facilitano la conciliazione tra vita famigliare e dimensione professionale rappresentano un vantaggio anche per lo Stato. La maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro contribuisce, infatti, all’allargamento della base imponibile e aumenta la capacità di spesa delle famiglie, riduce l’allocazione di risorse pubbliche a sostegno dell’aiuto sociale e crea nuovi posti di lavoro nel settore dei servizi di cura e custodia extra-famigliare e non solo.

6. E’ redditizio dal punto di vista economico

Condizioni quadro favorevoli alla conciliabilità consentono alle imprese di attrarre e fidelizzare mano d’opera qualificata e di sfruttare al meglio il potenziale femminile. Tutto ciò a vantaggio del sistema economico e di una maggiore competitività.


 

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